Boycott e buycott: guida minimal al consumerismo politico

Il consumatore postmoderno è capace di attuare strategie di marketing che, dal basso, premono sul mercato e lo modellano secondo le sue esigenze, che si rinnovano a ritmo incessante. Uno dei bisogni che si manifesta attraverso il consumo è quello, se vogliamo paradossale, di cambiare pratiche istituzionali e di mercato considerate sbagliate. Ma, a pensarci bene, vi viene in mente un posto migliore dal quale contrastare le dinamiche di mercato se non il mercato stesso? È da questa premessa che nasce il consumerismo politico, che comprende una gamma di azioni di consumo volte a modificare gli assetti economici, ma anche, in qualche modo, a manifestare un punto di vista “politico”. Parliamo in questo caso di politicizzazione del mercato: in altre parole, a partire dal mercato è possibile prendere posizioni su temi politici ed etici. Un atto di consumo, tuttavia, acquista valenza politica solo se si verificano due condizioni:
  • la motivazione che ne sta alla base è di criticae opposizione;
  • l’azione è collettiva, cioè molti consumatori la compiono, anche non contemporaneamente.
Tra le azioni di consumerismo politico più conosciute troviamo senza dubbio il boicottaggio: i consumatori scelgono di non acquistare i prodotti di determinate aziende perché esse attuano comportamenti poco responsabili, dal punto di vista ambientale e sociale. Possiamo considerare il boicottaggio come un consumo negativo, nel senso che tale azione è in realtà una negazione dell’azione, ossia un non acquisto. A partire dagli anni ’90 sono state promosse numerose iniziative di boycott, soprattutto a danno di aziende multinazionali come la Nestlè o la Nike.
Ma le forme di consumerismo politico più interessanti e, ad oggi, più diffuse, sono quelle che coinvolgono l’acquisto, quindi la scelta, di determinati prodotti piuttosto che altri: il boycott diventa buycott. Anche in Italia è cresciuta negli ultimi anni la tendenza a consumare in maniera consapevole, declinata in diverse modalità.
Il commercio equo e solidale è la forma di consumo responsabile più diffusa in Italia, nonché la prima ad aver fatto la sua comparsa sul territorio nazionale. Infatti, già nel 1998, Ctm-Altromercato, organizzazione che si occupa dell’importazione dei prodotti del circuito in tutta Europa, avviava con successo l’esperimento dell’equo e solidale in Italia, per raggiungere dopo dieci anni il traguardo di cinquecento botteghe del mondo – i negozi del commercio equo e solidale – e di circa cinquemila punti vendita all’interno della grande distribuzione. Il commercio equo e solidale (CEES) è una modalità di relazione commerciale tra i produttori del Sud del mondo e i consumatori del Nord, alternativa a quella tradizionale. I prodotti, alimentari e di artigianato, del commercio equo e solidale sono realizzati (almeno

in parte) nei paesi in via di sviluppo e venduti nei paesi industrializzati. La componente più importante del CEES è senza dubbio la relazione, stabile e duratura, tra tutti gli attori coinvolti. Come entrare nel mondo del CEES? Basta andare in una Bottega del mondo: lì potete lasciarvi coinvolgere dallo spirito del commercio equo e solidale e dai valori di cooperazione e solidarietà che esso incarna. Ma oggi l’approccio alla realtà del commercio equo e solidale è ancora più facile, visto che anche al supermercato è arrivato il fair trade…provate a fare un giro alla Coop!

Volete essere consumatori consapevoli (risparmiando anche qualche euro), ma non vi va di esserlo da soli? Formate un Gruppo di acquisto solidale! I Gas sono un fenomeno in rapida espansione in Italia, dove la loro diffusione ha preso piede non solo nelle aree rurali e nei piccoli centri, ma anche nelle aree urbane. Un Gas è un insieme di persone che decidono di incontrarsi per acquistare all’ingrosso prodotti alimentari o di uso comune, da ridistribuire tra loro. L’obiettivo quello di rendere la filiera il più possibile diretta e trasparente e di instaurare un rapporto fiduciario stabile tra consumatore e produttore, in una logica completamente opposta rispetto a quella della grande distribuzione. Cosa serve per formare un Gas? Qualche amico e la voglia di cercare e condividere soluzioni di acquisto convenienti e informazioni su prodotti e produttori. E soprattutto la volontà di instaurare legami forti e relazioni di fiducia tra i componenti del gruppo e tra essi e il produttore.
E se a proporre l’accorciamento della filiera e la creazione di un rapporto fiduciario fossero i
produttori? Ecco che nascono i Farmer’s Market, i mercati contadini in cui si realizza la vendita diretta, senza intermediari. In questa particolare forma di consumo responsabile si dà la priorità ai piccoli produttori, si predilige la vendita di prodotti provenienti da agricoltura biologica e si tende a rispettare la stagionalità per evitare sprechi di energia. Si punta in particolare a far riscoprire al consumatore il rapporto con il proprio territorio, tramite il consumo di prodottilocali (provinciali e regionali). Cosa aspettate? Al Farmer’s Market non si fa solo la spesa, si può anche mangiare e bere un bicchiere di vino in compagnia!
Ma perchè pensare solo al cibo? Fashion victims, parlo con voi! Complici la crisi e la voglia di avere sempre un capo di abbigliamento nuovo nel proprio armadio, arriva lo swapping, o, in altre parole, torna di moda il baratto. Gli scambi avvengono in negozi specializzati, i cui responsabili controllano accuratamente la qualità dei capi e la correttezza delle transazioni in termini di valore dei vestiti. Vengono creati eventi ad hoc, in cui sono coinvolti gruppi di amici o consumatori di interi quartieri e città. Su Internet, poi, si sono moltiplicati i siti che permettono ai consumatori (soprattutto alle consumatrici) di scambiare i propri vestiti.
E per chi ama viaggiare? Ecco che arriva il turismo responsabile! Ancora fenomeno di nicchia, esso è quel turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture. Viaggiare in maniera responsabile significa scegliere mete più vicine, per diminuire l’impatto ambientale. Significa entrare in contatto con gli usi e i costumi delle destinazioni prescelte. Significa rispettare l’identità della comunità ospitante e il suo diritto ad essere protagonista nello sviluppo responsabile del proprio territorio. Non è un’impresa facile, ma l’Associazione Italiana Turismo Responsabile (AITR) dispensa consigli e informazioni attraverso il suo sito internet.
Queste sono solo alcune delle azioni che il consumatore può mettere in pratica per cambiare quelle pratiche istituzionali e di mercato che considera sbagliate. Ognuno può far sentire la sua voce attraverso la strategia di marketing dal basso che preferisce. A Palermo, per esempio, è praticata una declinazione di consumerismo politico molto creativa…di cui vi parlerò nel prossimo articolo! Stay tuned!
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