Cash mob, consumerismo politico a Palermo

Se nel titolo avete letto “flash mob”, niente paura. Si chiama distorsione percettiva: la vostra mente ha dato per scontato che accanto alla parola “mob” ci fosse scritto “flash”, visto che è questo il mob più celebre. In realtà vi racconterò del cash mob, una delle forme più recenti di consumerismo politico che, nata nel 2011 a Cleveland, negli Stati Uniti, è approdata – udite udite – a Palermo meno di un anno dopo. A sorpresa, siamo bravi nello shopping consapevole!
Prima di raccontare l’avventura siciliana, è necessario definire questa tipologia di azione di consumo, tanto creativa quanto politicamente connotata. Il cash mob è un appuntamento al buio, i cui partecipanti sono invitati a spendere una cifra simbolica in un negozio di piccole dimensioni, che versa in cattive condizioni economiche o che persegue un progetto particolarmente meritevole, di cui non conoscono il nome finché non arrivano a destinazione e il cui proprietario è all’oscuro di tutto, quindi assiste con stupore allo spettacolo di una folla che invade il suo punto vendita. L’organizzatore, proprio come accade per il predecessore flash mob, convoca gli avventori attraverso il web indicando loro un luogo di incontro, ma questi, invece di compiere una stessa azione contemporaneamente e poi disperdersi, procedono insieme fino al negozio prescelto, dove acquistano ciò che più li colpisce, causando un improvviso e provvidenziale flusso di cassa.
Già il termine mob sintetizza la dinamica dell’evento: esso, infatti, inteso come sostantivo è traducibile come «folla, massa di persone», mentre come verbo ha il significato di «assalire, accalcarsi intorno a [una persona], prendere d’assalto, accalcarsi intorno a [un luogo]».
Come il flash mob, anche il cash mobimplica la presenza di un gruppo di persone, ma tante sono le differenze. In primis, se il primo è caratterizzato da immediatezza e temporaneità, da soggetti che si radunano e si disperdono tornando repentinamente alle loro occupazioni, nel secondo è presente un forte richiamo all’incontro, alla convivialità, alla relazione: spesso, dopo l’acquisto, si rimane a mangiare un boccone in compagnia degli altri partecipanti e a lungo andare possono anche crearsi rapporti duraturi. Inoltre,  diverse sono le motivazioni che spingono all’azione: se il flash mob è un evento ludico, in cui ci si raduna apparentemente “senza scopo”, il cash mob ha un evidente scopo politico, poiché si oppone al consumo di massa e sensibilizza i partecipanti verso una nuova filosofia di acquisto che predilige i piccoli imprenditori locali a danno delle grandi catene commerciali.
Considerato che alla base del cash mob c’è l’intento di cambiare pratiche di mercato considerate sbagliate e che l’azione di acquisto, pure se individuale, è compiuta con una modalità collettiva, è chiaro che siamo in presenza di una forma di consumerismo politico.
 
 
Palermo, sempre indietro in tutto, talmente indietro che certe mattine mi vien voglia di traslocare in America e aprire un chiosco di panelle (altro che hot dog!), ha intercettato prima di altre città, e sicuramente in maniera originale, una tendenza che viene da oltreoceano. Il cash mob, nato a Cleveland (Ohio) nell’estate del 2011, è arrivato a Palermo l’11 maggio 2012, quando il primo gruppo organizzato di consumatori entrava da Madera, un negozio di artigianato specializzato in cornici e oggettistica per la casa, lasciando di stucco il proprietario. Da allora, otto cash mob consecutivisono stati organizzati in città, sempre con lo stesso copione: convocazione tramite il gruppo Facebook Cash Mob Palermo, assembramento nel luogo concordato, festosa passeggiata fino al negozio prescelto, panico/gioia del proprietario, acquisti e foto ricordo. Ed è questa la grande novità del cash mobpalermitano: la sua reiterazione, il suo diventare un appuntamento fisso per tutti quei cittadini convinti che consumare in maniera diversa si può. E per tutti quelli che non ci credono ancora, ma sono incuriositi da questo nuovo modo di acquistare. Uno degli intenti dell’organizzatore Eugenio Flaccovio è stato proprio quello di educare il consumatore di Palermo a fare acquisti nei luoghi della sua città, a comprare nei negozi storici, quelli più legati all’identità cittadina, senza i quali la città stessa sarebbe irriconoscibile. 
Come cambiare le sorti di centinaia di piccole attività che, schiacciate dalla crisi, rischiano la chiusura? Semplice, facendo proprio lo spirito del cash mob, ben sintetizzato nel motto dell’ideatore americano Andrew Samtoy: «We each do a little. We all do a lot, «Ognuno di noi fa poco. Tutti noi facciamo molto.». Uno slogan che dice tutto sul principio che spinge migliaia di persone a radunarsi per aiutare le piccole attività imprenditoriali delle proprie città.
 
E noi, siamo pronti a salvare la nostra?
 
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